Loghi Istituzionali Comune di Roma Ministeri per i Beni e le Attività Culturali Casa delle Letterature

SE C’è UNA COSA CHE...

Inedito

26 MAGGIO Serata con Stefano Benni e David Sedaris

Legge: David Sedaris

Se c’è una cosa che meriterebbe di essere racchiusa tra due fermalibri coordinati, questa è probabilmente il tour promozionale di un libro. Quelli che avevo fatto in passato erano cominciati in una libreria indipendente o di una qualche catena, per terminare, un mesetto dopo, in un’altra. Da allora, però, lo scenario è cambiato, e la dice lunga il fatto che il mio ultimo tour sia iniziato e finito in un ipermercato Costco.
Il primo era a Winston-Salem, in North Carolina. Ero andato a trascorrere il fine settimana con mia sorella Lisa, per scaldare i motori in vista di un mese e mezzo di viaggi, quando suo marito Bob ha manifestato l’esigenza di procurarsi delle lampadine. «Qualcuno ha voglia di fare un salto con me al Costco?» ha chiesto, e prima ancora che riuscisse a trovare le chiavi io ero lì che ansimavo davanti alla porta con la lingua penzoloni come un cane.
Quando vivi in città, è facile evitare gli ipermercati. L’illuminazione spietata, la puzza di materie plastiche... non è così che mi piace fare la spesa. Al Costco, però, hanno una vera e propria distesa di antidolorifici: Anacin, Bayer, Tylenol... per un totale di ben otto grandi marche rappresentate. Le pillole vengono vendute in bustine monodose da due, sistemate in file parallele su un grande pannello di cartone colorato. Il genere di oggetto che potresti vedere alle spalle del cassiere in un autogrill. Lì magari le bustine te le fanno pagare due dollari l’una, mentre al Costco tutto l’espositore – qualcosa come centocinquanta dosi – costava appena dodici dollari.
Di solito, quando sono a casa, compro un flacone di Bufferin o di ibuprofene e via, ma quando sono in tour mi servono le bustine, e non per me, ma come regali per chi viene a vedermi. Metti che quel giorno sia il compleanno o l’anniversario di qualcuno: in genere io regalo gli sciampi e i balsami dell’albergo, ma te ne danno solo un tot, e se il pubblico è un po’ consistente ritrovarsi a mani vuote è un attimo.
Gli adulti ricevono qualcosa nelle occasioni speciali, ma il grosso dei miei regali va agli adolescenti, che ne hanno diritto per il semplice fatto di esistere. Avrebbero potuto fare qualsiasi cosa di realmente divertente, e invece, anziché fumare chilum su un’auto rubata o farsi mettere incinte nel capanno degli attrezzi di un vicino, ecco che sono venuti in una libreria a sentire un signore di mezz’età leggere ad alta voce. Per questo meritano un segno di gratitudine. Il bello degli antidolorifici è che sono leggeri e comodi da mettere in valigia. E in più sono anche utili. «Ecco» dico alla sedicenne o al sedicenne di turno. «Questo tienilo in borsetta o nel cassettino della macchina, così la prossima volta che dopo una sbronza ti viene il mal di testa penserai a me.»
I regali che mi ero preparato per quest’ultimo tour erano scarsini. In Grecia avevo comprato un centinaio di spille da balia, che pur essendo effettivamente straniere, nell’aspetto non erano molto diverse da quelle che trovi negli Stati Uniti. Lo stesso dicasi per i cerotti tedeschi. Ecco perché, quando Bob ha accennato al Costco, ho pensato che tutti i miei problemi erano risolti.
Come per tutti gli ipermercati di Winston-Salem, anche per arrivare lì c’è voluto un quarto d’ora di macchina, e un altro quarto d’ora per attraversare il parcheggio. Se da fuori l’edificio sembrava enorme, dentro era grande il doppio, il genere di spazio che possiede un clima suo. Anche i carrelli erano leggermente sovradimensionati, con il risultato di farmi sembrare se possibile ancora più basso. Mentre ne spingevamo uno verso il reparto ferramenta, io e mio cognato sembravamo due dodicenni colpiti da quella malattia che accelera il processo di invecchiamento, dandoti un aspetto appassito e tragico.
Le lampadine che voleva Bob non c’erano, e così abbiamo arrancato verso il reparto farmacia, che si è rivelato altrettanto deludente. Anziché in bustine, gli antidolorifici venivano venduti in barattoli da quarantacinque chili, e così ho cominciato a guardarmi intorno in cerca di un altro regalo che un adolescente avrebbe potuto gradire. Volevo qualcosa di leggero e confezionato singolarmente, e alla fine ho scelto un pacco formato famiglia di preservativi delle dimensioni di un blocco di calcestruzzo. Un sacco di protezione, quindi, ma non altrettanto peso. A convincermi è stato quello. «Ok» ho detto a Bob. «Questi secondo me vanno bene.»
Mettendoli nel carrello non ci ho pensato, ma un attimo dopo, mentre percorrevo la corsia accanto al mio cognato cinquantanovenne, ho cominciato a sentirmi palesemente, direi quasi titanicamente gay. Magari era una mia impressione, ma sembrava che la gente ci fissasse. Perlopiù erano famiglie, guidate da genitori parsimoniosi che osservavano i nostri acquisti socchiudendo gli occhi con un’aria di disapprovazione. Voi omosessuali, sembravano dire i loro volti. Proprio non riuscite a pensare ad altro?
Mio cognato è alto più o meno come me, ha i capelli folti e brizzolati, i baffi uguali e un paio d’occhiali squadrati con la montatura metallica. Non me l’ero mai immaginato come omosessuale, figuriamoci come fidanzato, mentre adesso era più forte di me. «Dobbiamo prendere qualcos’altro da mettere nel carrello» gli ho detto.
Bob è scomparso nella distesa ortofrutticola, tornandone un minuto dopo con una cassetta da un chilo e mezzo di fragole. Cosa che, in un modo o nell’altro, ci ha fatto sembrare ancora più gay. «Dopo il sesso anale, che c’è di meglio di un bel dolcetto?» diceva il fumetto sospeso sulle nostre teste.
«Qualcos’altro!» ho detto io. «Dobbiamo prendere qualcos’altro!»
Bob, ignaro, ha alzato lo sguardo verso il soffitto con aria meditabonda. «Mi sa che a casa sta finendo l’olio.»
«Lascia perdere!» ho abbaiato. «Paghiamo e andiamo. Ti prego.»
In seguito mi sono chiesto che cosa dovevano pensare gli addetti alla sicurezza. Il tour è cominciato, e a cadenze regolari, ogni volta che arrivavo in una nuova città, mi ritrovavo nella valigia un foglietto di carta, di quelli che inseriscono dopo averti perquisito il bagaglio. Cinque camicie, tre paia di pantaloni, mutande, calzini, un beauty-case zeppo di cerotti e spille da balia, due cravatte e svariate centinaia di goldoni. Che genere di identikit può ricostruire, una mente, assemblando elementi come questi?
Col passare delle settimane, la mia valigia si è fatta più normale. «Ho una cosa per te» dicevo all’adolescente che avevo davanti. «Niente di che, giusto un pensierino per ringraziarti.»
I ragazzini che frequentavano scuole decenti alzavano gli occhi al cielo. «Ma questi li distribuiscono nell’infermeria della scuola» mi dicevano.
E con il tono di una persona che poteva tranquillamente essere stata allevata in mezzo ai pastori, io rispondevo: «Davvero? Ma gratis?».

Diversamente da tanti scrittori che conosco, a me i tour promozionali piacciono. Anzi, li adoro. Ma è anche vero che sono in una posizione privilegiata, e ho potuto eliminare gli aspetti che non gradivo. Per esempio le foto. Al giorno d’oggi, chiunque ha una macchina fotografica nel cellulare, e dal momento che qualcosa bisogna pur inquadrare, durante il tour mi veniva chiesto di alzarmi e mettermi in posa qualcosa come trenta volte ogni sera. Il che, più che darmi fastidio, mi imbarazzava. «Ci sono soggetti migliori, credimi» dicevo io. E quando loro mi rispondevano che no, proprio non ce n’erano, mi sentivo ancora peggio. Per cui adesso, durante i miei reading, sul tavolo dove autografo i libri campeggia un bel cartello. “Ci scusiamo con la clientela“ annuncia “ma non è permesso scattare fotografie”. Così sembra che sia un’idea del negozio, una regola generale, come non mangiare merendine in un museo.
«Se questa è la regola, devo rispettarla» dico alla gente con un sospiro, come se facessi fatica a rassegnarmi.
Tolto di mezzo il problema delle foto, sono completamente libero di godermela, e in genere lo faccio, immensamente. Ogni sera, dopo mezz’oretta di letture e una ventina di minuti di domande dal pubblico, mi siedo al tavolo e chiacchiero con centinaia di sconosciuti. Come questo tizio che ho conosciuto il primo giorno a Toronto. Mi piacevano i suoi occhiali, e dopo avergli chiesto dove li aveva presi, siamo finiti a parlare dell’operazione per correggere la miopia. «A quanto pare durante l’intervento rimani sveglio» mi ha spiegato «e quando il laser colpisce l’obiettivo senti l’occhio che sfrigola e l’odore di bruciato.»
Il pensiero non mi ha abbandonato per giorni, proprio come quello dell’insegnante di sostegno conosciuta a Pittburgh. «Sa» le ho detto, «ogni volta che sento l’espressione “insegnante di sostegno” automaticamente penso handicap o disturbo di apprendimento. Ma non è che molti dei suoi studenti sono semplicemente delle teste di cazzo?»
«Ma certo» ha ribattuto lei. Poi mi ha raccontato di un ragazzino che l’ultimo giorno di lezione ha scritto sulla lavagna “La prof è una smazzacazzi”.
Io sono rimasto colpito perché era una parola che non avevo mai sentito. Lei, perché l’aveva scritta giusta.
Ogni sera parlavo con le persone per ore, facendo qualsiasi domanda mi venisse in mente. Il trucco, ovviamente, è abbinare la domanda giusta alla persona giusta. Per esempio questa ragazza che ho conosciuto a Boston qualche anno fa. Stavo autografando libri da quasi sei ore, e quando infine si è avvicinata al tavolo lei, di colpo mi è venuto il vuoto in testa. «Quando... uhm... Quand’è stata l’ultima volta che hai toccato una scimmia?» le ho chiesto.
Mi aspettavo una risposta tipo “Mai toccata”, oppure “Anni fa”. Lei invece ha fatto un balzo indietro e mi ha detto: «Oddio, si sente l’odore?».
Si chiamava Jennifer, ed è venuto fuori che lavorava per Helping Hands, un’organizzazione che si occupa di addestrare scimmie a lavorare come schiave per persone paralizzate. Su suo invito, sono andato a visitare il centro, che si trovava nei dintorni di Boston, dove ho trascorso un piacevole pomeriggio a farmi sfilare roba dalle tasche da alcune delle studentesse più sveglie.
Durante l’ultimo tour, le mie domande sono state abbastanza normali: «Qual è l’ultimo reading a cui sei stato?» «Con chi lo userai, questo preservativo?» «Se uscendo dalla doccia vedessi uno gnomo davanti al gabinetto, ti metteresti a urlare oppure sapresti d’istinto che non ha intenzioni malvagie?».
La sera tardi tornavo nella mia stanza, raccoglievo gli sciampi e i balsami rimpiazzati dal servizio in camera e mi annotavo tutto ciò che avevo imparato. Non solo gli aneddoti che la gente mi raccontava, ma anche i dettagli insignificanti: i nomi dei ristoranti e dei parrucchieri che avevo visto dai finestrini della macchina. Un albergo che offriva i “martedì Martini” e l’altro i “venerdì fajitas”. A Baton Rouge, una signora mi ha chiesto di scegliere il nome della sua asina. «Stephanie» le ho detto. Poi, quella sera, troppo stanco per addormentarmi, sono rimasto sveglio a chiedermi se per caso avevo risposto troppo velocemente.
Nel 2004 ho autografato i libri dando la precedenza ai fumatori. Il motivo era che, siccome vivono meno a lungo degli altri, il loro tempo è più prezioso. Quest’anno il trattamento di favore era riservato agli uomini sotto il metro e sessantasette. «Proprio così, miei piccoli amici» annunciavo. «Per voi niente coda!» Limitarmi ai maschi sembrava ingiusto, e così ho allargato anche alle femmine con l’apparecchio ai denti.
«E noi?» chiedevano le donne incinte e gli zoppi. E siccome quello era il mio spettacolo, io gli rispondevo di non rompere le palle e aspettare il loro turno.
Dopo un mese negli Stati Uniti, sono volato in Canada per l’ultima parte del tour. La prima sera a Toronto ho fatto il reading nella libreria di una catena che si chiama Indigo. L’evento è finito a mezzanotte, e il pomeriggio del giorno dopo, sbrigate cinque o sei interviste con radio e giornali, mi hanno portato al Costco, e non per comprare antidolorifici e preservativi, ma per incontrare i miei lettori. O meglio: per non incontrarli. Il mio intervento era stato pubblicizzato tramite volantini, e non sarebbe durato più di un’ora. La gente passava spingendo i carrelli giganti, perlopiù carichi di bambini che da dietro le sbarre scrutavano quel ridicolo signor nessuno seduto tutto solo davanti a un tavolino pieghevole. A rendere il tutto ancor più patetico era il cartello al mio fianco, quello enorme che diceva “Si prega di non fotografare”.
Con immenso piacere, immaginavo pensasse la gente. Ma chi diavolo credi di essere?
Una domanda perfetta, per uno spazio dai soffitti alti come quello. Lo sguardo può vagare liberamente, oltre i cartelli che segnalano surgelati e pezzi di ricambio per automobili, oltre le frecce che indicano le casse, e più in là, verso lo sconfinato parcheggio da cui prima o poi tornerai a casa.

           If anything should be bracketed by matching book ends, I suppose it’s an author tour. The ones I’d undertaken in the past had begun in one independent or chain store, and ended, a month or so later, in another. The landscape, though, has changed since then, and it’s telling that on this latest tour I started and finished at a Costco.
          The first one I went to was in Winston-Salem, North Carolina. I was spending the weekend with my sister Lisa— just gearing up for six weeks of travel, when her husband, Bob, expressed a need for light bulbs. “Anyone game for a quick ride to Costco?” he asked, and before he could even find his keys I was panting, dog-like, beside the front door.
          Living in cities, it’s easy to avoid the big-box super stores. Their merciless lighting, their stench of rubber and cheap molded plastic—it’s not the way I normally like to shop. At Costco, though,  I’d found  these displays of pain relievers: Anacin, Bayer, Tylenol, eight major brands were represented. Pills were paired into single-serving envelopes, then stapled in rows to a bright sheet of poster board. It looked like something you’d see behind the counter at a gas station. There the packets might cost two dollars each, but here the entire display—maybe a hundred and fifty doses—went for just twelve bucks.
         At home I’d buy a bottle of Bufferin or ibuprofen and leave it at that, but when I’m on tour it’s packets I need—not for myself, but to give to as gifts to the people who’ve come to see me. Say it’s someone’s birthday or anniversary: I always offer the shampoos and conditioners taken from my hotels, but they provide only so many, and with a good-sized crowd you’re empty handed before you know it.
        Adults get something for special occasions, but the bulk of my presents go to teenagers, who qualify by virtue of their very  existence. Real fun is right at their fingertips, but instead of taking bong hits in a stolen car, or getting pregnant in a neighbor’s tool shed, they’ve come to a book store to hear a middle-aged man read out loud. And for that they deserve a token of my gratitude. The beauty of pain relievers is that they’re light, and easy to pack. On top of that, they’re actually useful. “Here you are,” I’ll say to a sixteen-year-old. “Put this in your purse or glove compartment and think of me the next time you get a hangover.”
         For this last tour, my gifts were pretty paltry. I’d bought eight dozen safety pins in Greece, and while they were  foreign, they didn’t look much different from what you could get in the States. Ditto the German Band-Aids. So when Bob mentioned Costco, I felt that all my problems had been solved.

        As with every big-box store in Winston Salem, it took fifteen minutes to drive there, and another fifteen minutes to cross the parking lot. If the building seemed large from the outside, inside it was twice as big, the kind of space that has its own weather. The carts, too, were slightly oversized, and made me appear even smaller than I actually am. Pushing one toward the hardware section, my brother-in-law and I looked like a pair of twelve-year-olds, the sort with that disease that speeds up the aging process, and leaves them wizened and tragic.
        This store didn't have the light bulbs Bob wanted, so we trudged on to the drug section, which proved equally disappointing.  Pain relievers were in ten-gallon jars rather than packets, and so I looked around for another gift that a teenager might appreciate. I wanted something light and individually wrapped and settled, finally, upon a gross of condoms, which came in a box the size of a cinderblock. It was a lot of protection, but not a lot of weight, and I liked that. “All right,” I said to Bob. “I think these should do the trick.”
         Putting them in the cart, I thought nothing of it, but a moment later, walking down the aisle with my fifty-nine-year-old brother-in-law, I started feeling patently, almost titanically gay. Maybe I was imagining things, but it seemed as if people were staring at us—people in families, mostly, lead by thrifty and disapproving  parents who looked at what we were buying and narrowed their eyes in judgment. You homosexuals, their faces seemed to say. Is that all you ever think about?
            My brother-in-law is around my height, with thick, graying hair, a matching mustache, and squarish, wire-rimmed glasses. I’d never imagined him as gay, much less as my boyfriend, but now I couldn't stop. “We’ve got to get something else in this cart,” I told him.
             Bob disappeared into the acreage reserved for produce, and returned a minute later with a four-pound box of strawberries. This somehow, made us look even gayer. “After anal sex, we like shortcake!” read the cartoon bubble now floating over our heads.
            “Something else,” I said. “We’ve got to get something else.”
              Bob, oblivious, looked up at the rafters and thought for a moment. “I guess I could use some olive oil.”
            “Forget it,” I told him, my voice a bark. “Lets just pay up and go. Can we do that, please.”
           I‘d later wonder what the T.S.A. inspectors  must have thought. My tour began and every few days, upon arriving in some new city, I’d find a slip of paper in my suitcase, the kind they throw in after going through all your stuff. Five dress shirts, three pairs of pants, underwear, a dop kit full of  band-aids and  safety pins, two neckties, and several hundred rubbers—what sort of person does the mind cobble together from these ingredients?
           As the weeks passed, my suitcase grew more and more conventional. “I’ve got something for you,” I’d say to a teenager. “It’s nothing huge, just a little something to show I care.”
            The kids who went to good schools would roll their eyes. “I can get those in the health room,” they told me.
            And in the voice of a person whose upbringing was so fundamentally different that he might as well have been raised by shepherds, I would say, “Really? For free?”

         Unlike a lot of authors I know, I enjoy my book tours—love them, as a matter of fact. That said, I’m in a fortunate position, and have been able to eliminate the parts that don’t agree with me—the picture-taking, for instance. People all have cameras on their cell phones now, and, figuring, I guess, that they might as well aim them at something,  they’d ask me to stand and pose a good thirty times a night. This wasn’t an inconvenience so much as an embarrassment. “You can do better than me,” I’d tell them. And when they insisted that they really couldn’t, I’d feel even worse. Thus, at readings, there’s now a notice propped atop my book-signing table. “Sorry,” it announces, “but we don’t allow photos.” This makes it sound like it’s the store’s idea, a standard policy, like no eating fudge in the fine arts section.
         “If it’s their rule I guess I’ll have to go along with it,” I tell people, sighing, as if I was really disappointed.
           With the picture-taking out of the way, I’m completely free to enjoy myself, which I generally do, and immensely.  Every night, after the half-hour reading and the twenty or so minutes of question and answer, I’ll sit and talk to hundreds of strangers. This fellow, for instance, who I met on my first day in Toronto. I liked his glasses, and after asking where he had gotten them, we fell into the topic of corrective surgery. “I hear that you have to remain conscious during the procedure,” he told me, “and that when the laser hits it’s target, you can actually smell your own eyeball, sizzling.”
           I thought about this for days, just as I thought of the special-ed teacher I met in Pittsburgh. “You know,” I said,”I hear those words and automatically think handicapped or learning disabled. But aren’t a lot of your students just assholes?”
         “You got it,” she said. Then she told me about a kid—last day of class—who wrote on the blackboard, “Mrs. J _________ is a cock master.”
           I was impressed because I’d never heard that term before. She was impressed because the boy had spelled it correctly.
             For hours each night I would talk to people, asking pretty much whatever I wanted. The trick, of course, is to match the right person with the right question. Take this young woman I met in Boston a few years back. I’d been signing for almost six hours and when she finally stepped up to the table, my mind went blank. “When, umm. When did you last touch a monkey?” I asked.
             I expected “Never,” or, “It’s been years,” but instead she took a step back saying, “Oh, can you smell it on me?”
              The young woman’s name was Jennifer, and it turned out that she worked for Helping Hands, an organization that trains monkeys to work as slaves for paralyzed people. At her invitation , I visited the facility outside of Boston and spent a pleasant afternoon having my pockets picked by some of the cleverer students.
                  On my most recent tour, my questions were pretty standard: “What was the last reading you attended?” “Who are you going to use this condom on?” “If you stepped out of the shower and saw a leprechaun standing at the base of your toilet, would you scream, or would you innately understand that he meant you no harm?”
                Late at night I’d return to my room, scoop up the shampoos and conditioners replaced as part of the turn down service, and record everything that I had learned—not just the stories that people had told me, but all the ephemera: the names of local restaurants and hair salons seen from the car window. One hotel with its Martini Tuesdays, another with its Fajita Fridays. In Baton Rouge a woman asked me to name her donkey. “Stephanie,” I said, and later that night, too tired to sleep, I laid awake and wondered if I’d spoken too quickly.
          In 2004,  I offered priority signing to smokers, the reason being that because they didn’t have as long to live, their time was more valuable. This year my special treatment was reserved for men who stood five-foot-six and under. “That’s right, my little friends,” I announced. “They’ll be no waiting in line for you.” It seemed unfair to restrict myself to men, and so I included any woman with braces on her teeth.
          “What about us?” asked the pregnant and the lame. And because it was my show, I told them to wait their fucking turn.
           After a month in the United States, I flew to Canada to finish my tour. On my first night in Toronto I read at a chain store called Indigo. That event ended at midnight, and the following afternoon, after half a dozen radio and print interviews I was taken to Costco, not to buy pain relievers and condoms, but to meet my readers. Or, rather, not meet them. My appearance had been advertised by way of flyer, and was to last no longer than an hour. Shoppers passed with their enormous carts, most loaded with children who gaped through the bars at this ridiculous nobody, sitting by himself at a folding table. Making it just that much more pathetic was the sign next to me, the big one reading “No Photos, Please.”
            It would be my greatest pleasure not to take your picture I imagined people thinking. I mean really, just who the hell do you think your are?
             It’s a question well suited to a cavernous space. There your eyes can roam heavenward, past the signs for frozen food and automotive supplies, past the arrow pointing to the cash registers, and on to that boundless parking lot that which leads, eventually, to home.

partners Mercedes-Benz Roma Zetema Magazzini Einstein